di Giacomo da Lentini

 

Jacopo da Lentini, conosciuto anche come Giacomo da Lentini o “Il Notaro”, è stato un poeta e notaio italiano. Fu uno dei principali esponenti della Scuola siciliana. È considerato l’ideatore del sonetto. Wikipedia
Questo storico sonetto svolge il tema della similitudine tra il fuoco e l’amore, accomunati dal fatto di costituire una forte attrattiva per l’uomo con il loro splendore, per poi rivelarsi entrambi tutt’ altro che innocui.
Il tema è ricorrente nelle letterature amorose del Duecento e del Trecento, nelle quali costituisce lo spunto di frequenti metafore e similitudini; in questo caso, tuttavia, va messo in evidenza l’ampio sviluppo del motivo, che occupa il testo quasi per intero.

 

[C]hi non avesse mai veduto foco
no crederia che cocere potesse,
anti li sembraria solazzo e gioco
lo so isprendor[e], quando lo vedesse.


Ma s’ello lo tocasse in alcun loco,
be·lli se[m]brara che forte cocesse:
quello d’Amore m’à tocato un poco,
molto me coce – Deo, che s’aprendesse!


Che s’aprendesse in voi, [ma]donna mia,
che mi mostrate dar solazzo amando,
e voi mi date pur pen’e tormento.

  Certo l’Amor[e] fa gran vilania,
che no distringe te che vai gabando,
a me che servo non dà isbaldimento.


Colui che non avesse mai visto il fuoco non crederebbe che esso possa scottare, ed anzi a lui sembrerebbe (motivo di) allegria e gioia  il suo bagliore, allorché lo vedesse.

Ma se egli lo toccasse in qualche punto, gli apparirebbe chiaro che esso scotta fortemente:
il fuoco d’Amore mi ha toccato appena e mi scotta molto — oh Dio, magari divampasse.

Magari esso (il fuoco) divampasse dentro di voi, oh mia Signora (Ma-donna = dal lat. Mea Domina), che mi fate credere che diate gioia d’amore, mentre mi date soltanto pene e tormento.

Certo Amore commette mia grande villanìa, poiché non lega te che ti prendi beffa di me (vai gabando, dal provenzale gabar: è il termine con cui i trovatori indicavano un atteggiamento irridente da parte della donna nei confronti dello spasimante) e non concede letizia (isbaldimento, dal provenzale “esbaudiment’ = gioia, entusiasmo, allegria) a me che amo (che servo: termine tecnico della poesia d’amore provenzale che indica con metafora feudale il rapporto di sottomissione dell’innamorato nei confronti dell’amata).

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